Io Accuso. Resoconto di una giornata all’Expo2015

Non voglio usare parole forti. Ma è importante non nascondersi dietro un dito ed evidenziare i problemi non per polemica, ma per costruire un futuro degno del passato.

Innanzitutto, sgomberiamo ogni dubbio. Viva Expo 2015. Se non altro parlare di globalizzazione è positivo a prescindere. Anche nell’altro del leone. Viva Expo. Viva anche i brand. Viva la multiculturalità. Non sono questi i nostri problemi. O meglio. Sono queste le conseguenze e non le cause.

Inoltre complimenti a tutta la macchina organizzativa. Partiti in ritardo, ieri ho ricevuto una sensazione positiva di tutti gli ingranaggi. Si. Qualcosa di non terminato . Qualche cantiere qua e là. Fossero questi i veri problemi. Prova di orgoglio. Forse è proprio questo.

Ho ricevuto sensazioni ed esperienze immersive. Marocco. Giappone. Spagna. Vale la pena visitare una o più volte l’ Expo. Forse surrogato. O cameo di esperienze. Tutto ed il contrario di tutto si può dire e si può pensare.

L’Expo mi è piaciuto. Mi ha trasmesso riflessioni. Poi qualcun altro può dire che troppi brand sovrastano le riflessioni. Che molto si parla di ristorazione e poco di alimentazione. Che la globalizzazione sovrasta le identità. Eccetera eccetera.

Io Accuso ed è una accusa come atto d’amore per il nostro Paese e per la nostra cultura.

Ho visitato il Padiglione Italia ed il Padiglione del Vino.

Io Accuso. Abbiamo perso la capacità di raccontare una storia. Di trasmettere armonia. Gusto. Esperienze.

Il Padiglione Italia non è un problema in quanto non terminato. Spero anzi che quanto scrivo dipenda dal fatto che non è terminato. Sarebbe una gioia se la ragione fosse proprio quella.

Il Padiglione Italia è un problema perchè è una gretta espressione dell’attuale Italia. Belle storie che però non sono completate. Buttate lì. In un contesto in cui la parte non rimanda al tutto ed il tutto non rimanda ad una parte.

Non voglio fare il gufo. Non voglio passare per disfattista. Sono orgoglioso del mio Paese. Ma accuso il superficiale allestimento del Padiglione Italia. Un percorso nel quale i singoli elementi appaiono buttati li e non sviluppati. Alcune belle intuizioni. Ornamento di un evento fatto per altri fini e con altri obiettivi.

Paese nel quale non si trovano i soldi per i musei ma per il cemento, per le opere inutili, quelli si. Si trovano.

Il Padiglione Italia racconta questo. Un Paese con qualche idea. Ma non sviluppata. Nel quale il visitatore non è il centro ed il fine dell’opera.

Un Paese nel quale (nonostante i bei discorsi anche di inaugurazione) la classe dirigente è incapace di fare sintesi fra grande passato, deludente presente e discutibile futuro.

Nel quale molti di noi stanno andando verso una superficiale e gretta culturalità incapace di rappresentarci e di mettere al centro l’altro o anche di mettere al centro solo noi stessi. Ma almeno noi stessi.

Manca la coerenza. Manca l’amore per il visitatore. Mancano tante cose nella nostra ospitalità dell’ Expo.

Hai la sgradevole sensazione nella visita di essere non il centro, ma il pretesto dello spettacolo orchestrato per altri fini. Non visioni diverse. La mancanza di una visione.

Immagine presa dal sito : http://www.arte.it/luogo/la-vucciria-di-guttuso-palermo-3323

Il padiglione del Vino ha un difetto anche peggiore. Quello di dimenticare il territorio.

C’ è chi mi sottolinea la differenza fra l’uva da tavola e l’uva da vino, colpevolmente confuse. Oppure le targhe illeggibili, pecca grave per un allestitore.

Considero brutta anche l’asettica rappresentazione della degustazione. Macchinari di erogazione del vino che tolgono la poesia ed il rito sminuendo la stessa degustazione.

Ma il vizio più grave è quello di dimenticare i territori. Il territorio non è localismo. Il territorio è logico inquadramento della storia, del racconto, della natura che ha generato quel vino.

Il territorio non è storiella. E’ origine e spiegazione del prodotto. Se togli il territorio, la sua storia, la sua identità, ottieni solo un prodotto, forse un brand. Un prodotto destinato a perdere ogni sfida di globalizzazione e di internazionalizzazione.

L’orgoglio italiano parte dalla storia vista non con gli occhi del passato ma con quelli del futuro. Parte da una identità spiccata. Parte dal rispetto del visitatore.  Parte dal rispetto di noi stessi. Parte da una identitità culturale che non si può confondere con una colata di cemento.

Parte dal mettere il Lazio sotto la Toscana e la Sicilia vicino all’ Africa. Parla di climi, perchè il vino eredita le caratteristiche da un territorio e da un clima. Parla di storia e di cultura. Perchè viceversa il vino californiano sarà più vicino al consumatore e quello spagnolo meno costoso.

Tutto quello che non vedo nella Nostra rappresentazione in Expo.

Viva l’ Italia. Viva l’Italia che è una espressione geografica.

I costi del Padiglione Italia :

http://milano.corriere.it/notizie/cronaca/15_aprile_03/padiglione-italia-expo-costi-saliti-63-92-milioni-876fd53c-d9cd-11e4-9d46-768ce82f7c45.shtml

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Abbasso l’Italia. Viva l’ Italia. Dalla lingua di Dante al vino.

Ahi serva Italia, di dolore ostello,
nave sanza nocchiere in gran tempesta,
non donna di province, ma bordello

Essere Italiano pone alcuni problemi di relazione con il mondo. Ci muoviamo come nel muro di Montale fra il baratro della confusione e la sottile sicurezza di essere la patria di Leonardo, Dante, Leonardo PIsano.

Un meriggiare pallido e assorto fra le più alte vette culturali e il più spinto triviale uso delle cartacce, del clacson al semaforo e del posteggio in doppia fila.

Perché sotto sotto è questa esasperata, dozzinale, grande, incomparabile schizofrenia culturale che ci caratterizza.

Si è portati a pensare che ultimamente il degrado sia aumentato. Temo che invece tutto questo sia cifra della nostra identità. E Dante è il faro forse, non solo della nostra lingua, ma anche della nostra identità.

E perché meno ammiri la parola,
guarda il calor del sole che si fa vino,
giunto a l’omor che de la vite cola.

Dante però tira un ennesimo filo. Un filo inaspettato nel mondo del vino.

Vorrei parlarvi della Masi Agricola (Info Masi Agricola  Serego Alighieri).

Masi Agricola è una di quelle perle che caratterizza la nostra penisola. Uno di quelle sottili trame del vino e della nostra cultura.

Per citare il loro sito:

Le nobili Possessioni Serego Alighieri appartengono ai discendenti diretti del poeta Dante, e rappresentano la tenuta che in Valpolicella può vantare la più lunga storia e tradizione. La proprietà fu acquisita nel lontano 1353 da Pietro Alighieri, figlio di Dante, che aveva seguito il padre durante l’esilio a Verona e qui si era fermato anche dopo la morte del poeta. Da allora la produzione vinicola è una tradizione che si perpetua e che ancora continua. Casa e terreni, dopo venti generazioni, sono proprietà del Conte Pieralvise di Serego Alighieri

Si potrebbe molto parlare a riguardo del rapporto fra Masi ed i discendenti di Alighieri. Fra l’azienda industriale ed il territorio dei discendenti Alighieri. Su cosa vuol dire per un gruppo avere a che fare con la Storia e per la Storia relazionarsi con l’impresa.

Prendiamo però il collegamento per quello che è. Come un piccolo cameo che ci rende contenti della eredità culturale della quale possiamo fare vanto.

Mentre bevo mezzo litro,
de Frascati abboccatello,
guardo er muro der tinello
co’ le macchie de salnitro.
Guardo e penso quant’è buffa
certe vorte la natura
che combina una figura
cor salnitro e co’ la muffa.
Scopro infatti in una macchia
una specie d’animale:
pare un’aquila reale
co’ la coda de cornacchia.
Là c’è un orso, qui c’è un gallo,
lupi, pecore, montoni,
e su un mucchio de cannoni
passa un diavolo a cavallo!
Ma ner fonno s’intravede
una donna ne la posa
de chi aspetta quarche cosa
da l’Amore e da la Fede…
Bevo er vino e guardo er muro
con un bon presentimento:
sarò sbronzo, ma me sento
più tranquillo e più sicuro.

E penso con agitazione se siamo più Trilussa o Leonardo e poi alla fine penso che siamo entrambi e guardo il muro e con un buon presentimento, sarà perché sono sbronzo, ma mi sento più tranquillo e più sicuro.

 

 

Abbasso la Francia. Viva la Francia. Chateauneuf du pape

Come Enoillogico sono dichiaratamente NON esterofilo. O meglio. Sono inguaribilmente Italianofilo.

Con la Francia sto maturando un senso di amore-odio.

Bisogna bere uno Chateauneuf du pape per capirlo.

Esperienza molto soggettiva. Ma è il vino forse meno (poco meno) noto fra i noti che mi rosica l’amore-odio.

Storia. Passione. Equilibrio. Eleganza.

A volte dovremmo recuperare quella spocchiosa umiltà dei francesi. O quella arroganza umile dei cittadini d’oltralpe.

Abbiamo tutto quello che hanno i francesi. A volte (non sempre) non sappiamo meritarci tutto quello che abbiamo ereditato dal passato.

E’ difficile parlare di un vino così mutevole da casa a casa. Un disciplinare molto variabile. I vitigni utilizzabili sono molto diversi.

Chateauneuf du pape

Per imparare non bisogna vergognarsi di capire lo spirito dei francesi. Copiare è ciò che fanno gli ignoranti. Carpire l’anima per costruire la propria anima è dei grandi.

Sorseggiando questo vino, potremmo capire come crescere in eleganza, ma soprattutto in equilibrio. E’ un vino forte, ma non rude. Fruttato ma non sdolcinato. Per ogni caratteristica puoi dire che il vino la possiede. Ma senza eccedere. Questo è quello che si chiama equilibrio.

E’ un vino complesso ma non complicato e contemporaneamente semplice ma non banale.

Devo capire perché fra tutti i francesi è il mio preferito. Enoillogico si direbbe.

Ho provato un Domaine du Vieux Lazaret Chateauneuf-du-Pape 2009. Un buon rapporto prezzo prestazioni. Punteggio 90/100 in Wine Advocate. Non il top di quello che esprime il territorio. Ma una bottiglia che posso definire valida.

Una bella serata. Una bella bottiglia. Questo è il vino.

Il blog Inglese di Xtrawine

Xtrawine sta dedicandosi alla creazione di un blog sul vino in inglese.

http://blog.xtrawine.com/en

Gli articoli sono semplici e scritti da madre lingua inglesi, con esperienza nel mondo del vino.

Sono articoli semplici e forse molto essenziali e didascalici visti da un italiano.

Abbiamo molto ragionato a riguardo del taglio degli articoli. Poi abbiamo pensato che gli stranieri hanno bisogno di imparare. Hanno bisogno di semplicità e non di complessità.

La cultura italiana è raffinata, complessa, ricca di esperienze. Ma questo può disorientare chi si approccia per la prima volta alla nostra cultura.

Vogliamo valorizzare la cultura del vino ed il nostro territorio, anche in una ottica Expo 2015.

Credo che tutto questo abbia una importanza ed un significato. Dobbiamo riprendere a fare cultura nel mondo. Non parlo di leadership, parola grossa, forse senza significato.

Parlo di non arrendersi alla semplificazione ed ancora peggio alla omologazione industriale, agricola, di massa. Di parlare semplicemente della complessità.

Credo che questo sia il significato più importante dell’ Expo 2015. Quello che non vedremo all’Expo 2015 :).

Vi lascio con l’articolo sul Prosecco:

http://blog.xtrawine.com/en/2014/12/look-at-prosecco/#more-2373

 

Tignanello 2011

Il Tignanello è uno dei vini italiani più famosi.

Tignanello è la denominazione che fu data negli anni ’70 ad un nuovo vino prodotto dall’antica casa degli Antinori e che prende il nome dalla Tenuta di Tignanello, zona di produzione nel comune di San Casciano in Val di Pesa. Il toponimo Tignanello potrebbe derivare dalla divinità etruscaTinia, l’equivalente di Zeus.

Il Tignanello ha vinto prestigiosi premi internazionali ed è stato inserito più volte nella top ten internazionale di una delle riviste più autorevoli del settore, l’americana Wine Spectator. Il Tignanello, assieme a vini come il Sassicaia, l’Ornellaia, il Solaia, il Barolo, l’Amarone della Valpolicella e il Brunello di Montalcino, è uno dei vini italiani più pregiati e costosi.

Dopo il primo esperimento dal 1975 fu rimossa completamente l’uva bianca, adesso la composizione è 80% Sangiovese, 15% Cabernet Sauvignon e 5% Cabernet Franc e la gradazione di 13,50%. In pratica è stato, assieme al Sassicaia il precursore dei vini Super Tuscan che sono riusciti ad ottenere numerosi riconoscimenti in tutto il mondo.

A Natale mi piace provare grandi rossi. Mi piace conservare una bottiglia importante per un po’ di tempo e poi degustarla nelle piccole grandi occasioni. L’attesa è un requisito importante per non cadere nel puro consumismo. Ogni cosa per essere apprezzata deve essere sudata.

L’attesa non è stata ripagata. Capita. Non me la prendo.

Considero il Tignanello 2011 un vino senza emozioni. Devo dire un po’ scontato. Al naso appare molto barricato. Perfettino direi. Effettivamente un vino molto “americano”.

Il gusto non mi convince. Non mi cattura. Provo ad attendere. Ossigenazione. Attendo ancora.

Il gusto non cambia. Poca personalità. Sensazioni secondarie scarse o assenti.

Ogni considerazione, come si sa, è puramente personale.

 

Marketing. Il confine fra il buono ed il cattivo.

Ho riflettuto molto fra marketing e prodotto. Fra passione e prodotto. La riflessione se il marketing sia un modo di condurre a se il consumatore e quindi di per se sbagliato.

Sono arrivato alla conclusione, forse banale, forse scontata, che la vera differenza si basa su una semplice parola:

CONDIVISIONE

Il marketing di per se non è cattivo. Tutto si basa nel rapporto fra Marketing, Consumatore, Prodotto e Produttore.

Condivisione è la passione che il produttore mette nel prodotto e tutto quello che viene prodotto con passione vuole essere donato ad altri. Il marketing è solo un mezzo con il quale il produttore entra in connessione con il consumatore.

Sono concetti scontati. Il giudizio sul marketing è quindi un giudizio allargato che si estende al produttore ed al prodotto. Non esiste giudizio sul marketing che non sia contemporaneamente giudizio sul prodotto e sul produttore.

Condivisione. Amore per il prodotto che viene condivisa ad altri. Passione nel produrre che diventa desiderio di fare conoscere il bello ed il gusto.