Ritualità e degustazione

Con il termine rito si intende ogni atto, o insieme di atti, che viene eseguito secondo norme codificate.

Sono stato per molto tempo contrario ai riti. Il punto di svolta è stata una degustazione di te, assieme ad amici giapponesi. In Giappone il tè ha una sua codifica e ritualità molto profonda.

 

 

 

 

 

consiglio la lettura di questo post : http://occhiditerra.wordpress.com/2012/04/09/giappone-e-cina-il-rito-del-te/

Non mi piace il tè. Non mi piacevano i riti. Ma il rito, quando è intimamente connesso con il nostro bisogno di ricerca interiore, diventa un modo di aumentare la realtà e quindi una ricerca di se stessi.

Il rito si adatta alle nostre categorie mentali e come tale è forse necessario. Una esigenza di adattamento ai nostri schemi mentali. Non è forse vero che cataloghiamo le nostre esperienze di acquisto in brand, in marche. Non è il logo uno degli elementi che caratterizzano la nostra epoca ?

Esistono due categorie di riti.

1) Il brand. Il marchio. La moda. Tutto ciò che è fatto per esteriorità. Rifuggite da questa categoria di riti perché svuotano di significato  gli oggetti con il quale interagiscono.

2) Il rito come ricerca del significato profondo delle cose. Il rito, in questo contesto, non è una mera esposizione di componenti esteriori. Il rito diventa un modo per mettere in comunicazione la componente formale della rappresentazione, con la componente sostanziale. In quel momento, la parte formale, diventa un tutt’ uno con la parte sostanziale e quindi ne rappresenta una via di accesso. Senza entrare in concetti metafisici che lascio a persone ben più esperte di me.

Ma queste classificazioni, come ogni classificazione è in realtà non solo parziale, ma anche difficilmente assoluta e radicale. Esistono tutta una serie di rappresentazioni che possono essere classificate in entrambe le categorie.

Cibo e vino hanno una componente rituale assolutamente non secondaria. Il rito diventa anche componente di tradizione e quindi codifica di esperienza da tramandare. Usualmente, sempre esiste una correlazione fra fisicità e rito. La forma del bicchiere non è altro che una associazione simbolica alla codificazione dell’ esperienza migliore di degustazione.

Recentemente ho provato un Sassicaia in un bicchiere da osteria. Naturalmente il rito vorrebbe una degustazione in un bicchiere importante. Non è soggettività. il bicchiere da osteria ha caratteristiche fisiche che poco si adattano agli importanti profumi di un vino così invecchiato.

Il rito diventa un modo per apprendere dal passato norme ricavate da decenni di esperienza.

Ero scettico contro i riti. Sto iniziando ad apprezzarne la componente di tramando di esperienza, ma anche la via di entrata alla sostanza delle cose.

Cosa renderebbe meglio di andare in montagna, in una baita e bere un vino leggero e caldo in un bicchiere da osteria ? il legno invecchiato della baita trasmette un ulteriore elemento di ricchezza.

Cosa è il vino se non un becero insieme di molecole la cui unione può risultare più o meno aggraziata ? Ma prendete quel prodotto chimico e mettetelo in una bottiglia. Dategli una etichetta. Un contesto. Prendete un vino che viene da una storia. Una storia vera. Autentica. A quel punto forse non avrete un rito. Ma qualcosa di molto simile ed affascinante.

E’ la componente rituale che differenzia un cuoco italiano da un cuoco straniero che fa prodotti italiani. La differenza è sottile ma fondamentale. E’ la differenza fra prodotto (più o meno simile) e ritualità. Fra un brand, ed una esperienza.

Abbiamo potenzialità importanti, sia nel cibo, sia nella enologia.

Dobbiamo però essere capaci di recuperare la componente rituale delle nostre esperienze, depurandole della parte più affine al brand ed alla moda.

Non esiste una verità assoluta di cosa sia buono e di cosa sia cattivo. So solo di essere ignorante, anche in queste cose.

Lasciatevi andare al rito, e fuggite da tutto quello che   riduce le vostre esperienze ad un prodotto.

Come Italiani, il vero insulto che stiamo facendo a noi stessi, è la perdita della dimensione rituale della nostra cultura.

 

 

 

 

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